mercoledì 29 ottobre 2008
La riforma, dal maestro unico al voto in condotta
ROMA - Il maestro unico alle elementari, il ritorno dei voti in pagella, la valutazione della condotta nel giudizio finale sullo studente, l'aumento della durata dei libri di testo. Sono questi i punti salienti del decreto Gelmini, approvato oggi in via definitiva dal Senato, testo contestato duramente dagli studenti in questi giorni. Dopo essere stato presentato a fine agosto al consiglio dei ministri, il decreto ha avuto già il via libera dalla Camera a metà ottobre. - MAESTRO UNICO: alle elementari, già dal prossimo anno scolastico, gradualmente (si comincia con le prime classi), ci sarà un solo docente. Il maestro unico sarà però affiancato dagli insegnanti di religione e di inglese. Per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all'orario d'obbligo di insegnamento, è previsto che si possa attingere, per l'anno 2009, dai bilanci dei singoli istituti scolastici. - VOTO CONDOTTA: si introduce la valutazione della condotta ai fini del giudizio finale sullo studente. - VOTI IN PAGELLA: Tornano i voti in decimi nelle elementari (dove però saranno accompagnati dai giudizi) e nelle medie. Torna il voto in decimi anche per l'esame di terza media (archiviando i giudizi - sufficiente, buono, distinto, ottimo - con i quali finora si concludeva il percorso di studi). - LIBRI DI TESTO: i testi scolastici dovranno durare almeno cinque anni (salvo che per la pubblicazione di eventuali appendici di aggiornamento) evitando così continue riedizioni spesso inutili (soprattutto per alcune materie) e certamente onerose per le famiglie. - SI INSEGNA LA COSTITUZIONE: Il decreto prevede la sperimentazione dell'insegnamento di educazione civica ("Cittadinanza e Costituzione"). - DOCENTI SISS: è stata introdotta una norma che salvaguarda le aspettative di alcune categorie di docenti, come, ad esempio, gli abilitati Siss (Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario) del nono ciclo, attualmente esclusi dalle graduatorie a esaurimento. - EDILIZIA SCOLASTICA: vengono destinate risorse (una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 milioni di euro) all'edilizia scolastica
sabato 25 ottobre 2008
I frutti della guerra santa mondialista in Iraq: La cancellazione dei cristiani
Mosul (AsiaNews) – Nuovo attacco contro i cristiani a Mosul: ieri pomeriggio un gruppo armato ha assassinato Hazim Thomaso Youssif, di 40 anni. L’agguato è avvenuto di fronte al negozio di abbigliamento di sua proprietà, a Bab Sarray; non si conosce ancora l’identità del commando omicida, ma si sospetta che vi sia la mano dei fondamentalisti islamici, in una città da tempo teatro di uccisioni contro la comunità cristiana. Nello stesso giorno è stato ucciso un altro ragazzo di soli 15 anni, Ivan Nuwya, anch’egli di fede cristiana. Il giovane è stato freddato a colpi di arma da fuoco davanti alla sua abitazione nel quartiere di Tahrir, di fronte alla locale moschea di Alzhara.Una fonte di AsiaNews a Mosul denuncia ad “il clima di panico” nel quale vive la comunità cristiana, le cui stragi continuano “nell’indifferenza” dei media che “non riportano nemmeno i crimini che vengono commessi”. Parlando della realtà di Mosul, la fonte sottolinea che la città “è diventata l’olocausto dei cristiani” e non si vedono segni di miglioramento nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al terrorismo. Si fa sempre più grande il tributo di sangue versato dalla diocesi di Mosul in questi ultimi anni, a partire dal tragico rapimento di mons. Paulo Farj Rahho, il cui corpo è stato rinvenuto privo di vita il 13 marzo scorso in un terreno abbandonato poco fuori la città. Durante l’agguato che ha preceduto il sequestro del presule sono morti i tre uomini che erano con lui e fungevano da scorta, massacrati dai terroristi. Nel 2007 i morti registrati nella comunità cristiana irachena sono stati 47, di cui almeno 13 solo a Mosul: fra di loro ricordiamo p. Ragheed Gani trucidato il 3 giugno, e altri due preti.Tra il 6 e il 17 gennaio di quest’anno, inoltre, si sono succeduti una serie di attacchi contro beni e proprietà cristiani, quando un’ondata di attacchi bomba ha colpito: la chiesa caldea della Vergine Immacolata, quella caldea di San Paolo, quasi distrutta, l’entrata dell’orfanotrofio gestito dalle suore caldee ad al Nour, una chiesa nestoriana e il convento delle suore domenicane di Mosul Jadida. L’ultimo episodio di violenza risale invece al 2 settembre scorso, quando si è concluso in maniera tragica il rapimento di un medico 65enne Tariq Qattan, rapito e ucciso nonostante la famiglia avesse sborsato una somma di 20miladollari per il rilascio. Due giorni prima era stato rapito e ucciso un altro cristiano, Nafi Haddad.(AsiaNews del 5 ottobre 2008)
I cristiani dell’Iraq: cristiani e iracheniI cristiani iracheni, di ogni denominazione, sono forse residui di minoranze da lasciar partire o morire nell’immane guerra in atto sul territorio iracheno, oppure sono Chiese vive, radicate nelle tradizioni bibliche e apostoliche di Gerusalemme, di Antiochia e della Mesopotamia, ed eredi di una storia e di un passato teologico e mistico? Sono forse gruppi estranei al mondo arabo-musulmano, da identificare con le crociate moderne e con l’egemonia statunitense, o sono Chiese orientali radicate da millenni nella storia e nella geografia del Vicino Oriente? Quale perdita per l’islàm, per il mondo occidentale e per Israele, se la cristianità dell’Iraq dovesse scomparire! Le minoranze del Vicino Oriente dovrebbero forse pagare il prezzo della globalizzazione o del cosiddetto «scontro di civiltà»? O la loro permanenza attraverso tutte le disavventure della storia sarebbe un segno di speranza, di rispetto e di giustizia per il mondo intero? Questi interrogativi ci introducono nel vivo del nostro tema.Infatti, dopo il genocidio armeno del 1915, di cui furono vittime anche caldeo-assiri e siriaci, la guerra in Iraq, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nell’aprile 2003, ha scatenato persecuzioni contro i cristiani, spingendo molti ad abbandonare le loro case per cercare rifugio nel Kurdistan iracheno o addirittura in Giordania, Siria, Libano e Turchia. Attacchi contro le chiese e le sedi episcopali a Baghdad e a Mossul, sequestri di cristiani e, in particolare, dell’arcivescovo di Mossul, la salma di mons. Paulos Faraj Rahho è stata rinvenuta il 13 marzo scorso, mentre erano in corso trattative per il suo rilascio, e di alcuni sacerdoti; massacri di religiose, preti e diaconi, pressioni sui cristiani del quartiere Dora (Baghdad) perché paghino la jizya o lascino le loro case… Ogni atto di violenza perpetrato contro un cristiano provoca l’esodo di intere famiglie da Bassora, Baghdad, Mossul e Kirkuk, quattro grandi città dove i cristiani vivevano da sempre in pace con le grandi confessioni ed etnie dell’Iraq: sciiti, sunniti, curdi e turcomanni. Si chiudono chiese per ragioni di sicurezza, e sono stati trasferiti nel Kurdistan il seminario maggiore e la facoltà di teologia Babel College. Si dice che metà dei cristiani iracheni abbiano lasciato le loro case, un quarto verso il Nord, nel Kurdistan, un altro quarto verso i Paesi limitrofi: Giordania, Siria, Libano e Turchia in attesa di poter emigrare verso Paesi sicuri, liberi e ricchi.Tuttavia, nonostante le disgrazie che si sono abbattute sul popolo iracheno, dopo il conflitto tra lo Stato e i curdi, al Nord, passando attraverso le lotte all’interno del potere tra i vari partiti, e infine la guerra con l’Iran e l’occupazione del Kuwait con le sue nefaste conseguenze, nonostante tutto questo, si nota che gli iracheni, e in particolare i cristiani, rimangono molto legati al proprio Paese. Fa impressione constatare che i cristiani dell’Iraq sono pienamente iracheni e profondamente cristiani. Avvicinandoli, come noi li abbiamo conosciuti, sia all’interno dell’Iraq sia in Siria ove molti di loro si sono rifugiati, si nota una duplice appartenenza molto pronunciata: sono veri cristiani e veri iracheni. Non abbiamo il diritto di parlare di inculturazione di questi cristiani, poiché sono a casa loro da sempre e hanno acquisito l’arte di essere se stessi, fieri della loro appartenenza religiosa, con una grande capacità di integrazione, sono cittadini con tutti i diritti civili, e una grande facilità a vivere con tutte le categorie dei loro concittadini, senza complesso di persecuzione né di disprezzo dell’altro. (…)(Mons. Antoine Audo, Vescovo di Alep dei Caldei, La Civiltà Cattolica 2008, II, 85-93, quaderno 3787)
Vescovo caldeo di Kirkuk: a Mosul si cancellano i cristiani per motivi politiciKirkuk (AsiaNews) – (…) Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, ha voluto condividere coi lettori di AsiaNews le sue preoccupazioni riguardo agli avvenimenti.Cosa sta succedendo a Mosul ? Come si può definire questa carneficina continua? In una settimana vi sono stati 12 morti; 1000 famiglie hanno lasciato le loro case verso i villaggi della piana di Ninive; 5 case sono state distrutte con esplosioni. Paura, solitudine e timori dominano nella minoranza cristiana. La memoria di Dora (1) a Bagdad non è dimenticata. Se la situazione continua in questo modo, i cristiani saranno costretti a nuove “fughe di massa”.Gli attentati di Mosul hanno però un carattere speciale: essi non sembrano essere legati a bande di delinquenti, perché questa volta essi non chiedono alcun riscatto. È possibile che dietro gli assassini vi siano dei fondamentalisti. Ma come spiegare il silenzio e l’immobilità delle autorità locali e centrali quando una macchina con altoparlante gira per le vie del quartiere di Sukkar, gridando e ordinando ai cristiani di andarsene via? Io penso che dietro tutte queste violenze vi sia un movente politico.Questa campagna per far fuggire i cristiani potrebbe nascondere vantaggi di carattere politico in prossimità della tornata elettorale del gennaio 2009 e la controversia sull’approvazione della legge per le elezioni provinciali. L’attuale legge cancella la quota riservata per tradizione ai cristiani (e alle altre minoranze). Intimidirli e cacciarli via fa tutt’uno con la negazione della loro rappresentanza. Ma non va esclusa nemmeno l’ipotesi che le violenze contro i fedeli servano a rafforzare l’ipotesi di un’enclave cristiana nella piana di Ninive.Chiediamo con forza l’intervento del governo per proteggere tutti gli irakeni in difficoltà, ma soprattutto i cristiani, attualmente i più esposti. Questo sarebbe un compito anche per le forze di occupazione. Chiediamo l’intervento della comunità internazionale per proteggere le minoranze in Iraq, specie in occasione delle prossime elezioni provinciali. E domandiamo con particolare urgenza l’intervento dell’Onu e dell’Unione europea perché solleciti il governo di Baghdad a rispettare le minoranze nelle prossime elezioni. Il parlamento irakeno ha votato una legge che non riconosce i diritti delle minoranze. Questo porterà alla distruzione definitiva delle minoranze etniche e religiose di questo paese ed accelererà l’esodo dei cristiani. Chiediamo ai cristiani d’occidente di non essere solo preoccupati delle borse e dell’economia, ma di denunciare ogni forma di violenza e di mostrare verso di noi solidarietà e condivisione.(1) Dora, quartiere di Baghdad dove negli anni scorsi sono avvenuti uccisioni di cristiani, rapimenti di fedeli e sacerdoti, attentati a chiese. Queste violenze hanno portato all’esodo di centinaia di migliaia di persone. Una maggiore sicurezza è stata riconquistata dopo l’operazione militare “Surge” da parte di militari americani e irakeni.
I cristiani dell’Iraq: cristiani e iracheniI cristiani iracheni, di ogni denominazione, sono forse residui di minoranze da lasciar partire o morire nell’immane guerra in atto sul territorio iracheno, oppure sono Chiese vive, radicate nelle tradizioni bibliche e apostoliche di Gerusalemme, di Antiochia e della Mesopotamia, ed eredi di una storia e di un passato teologico e mistico? Sono forse gruppi estranei al mondo arabo-musulmano, da identificare con le crociate moderne e con l’egemonia statunitense, o sono Chiese orientali radicate da millenni nella storia e nella geografia del Vicino Oriente? Quale perdita per l’islàm, per il mondo occidentale e per Israele, se la cristianità dell’Iraq dovesse scomparire! Le minoranze del Vicino Oriente dovrebbero forse pagare il prezzo della globalizzazione o del cosiddetto «scontro di civiltà»? O la loro permanenza attraverso tutte le disavventure della storia sarebbe un segno di speranza, di rispetto e di giustizia per il mondo intero? Questi interrogativi ci introducono nel vivo del nostro tema.Infatti, dopo il genocidio armeno del 1915, di cui furono vittime anche caldeo-assiri e siriaci, la guerra in Iraq, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nell’aprile 2003, ha scatenato persecuzioni contro i cristiani, spingendo molti ad abbandonare le loro case per cercare rifugio nel Kurdistan iracheno o addirittura in Giordania, Siria, Libano e Turchia. Attacchi contro le chiese e le sedi episcopali a Baghdad e a Mossul, sequestri di cristiani e, in particolare, dell’arcivescovo di Mossul, la salma di mons. Paulos Faraj Rahho è stata rinvenuta il 13 marzo scorso, mentre erano in corso trattative per il suo rilascio, e di alcuni sacerdoti; massacri di religiose, preti e diaconi, pressioni sui cristiani del quartiere Dora (Baghdad) perché paghino la jizya o lascino le loro case… Ogni atto di violenza perpetrato contro un cristiano provoca l’esodo di intere famiglie da Bassora, Baghdad, Mossul e Kirkuk, quattro grandi città dove i cristiani vivevano da sempre in pace con le grandi confessioni ed etnie dell’Iraq: sciiti, sunniti, curdi e turcomanni. Si chiudono chiese per ragioni di sicurezza, e sono stati trasferiti nel Kurdistan il seminario maggiore e la facoltà di teologia Babel College. Si dice che metà dei cristiani iracheni abbiano lasciato le loro case, un quarto verso il Nord, nel Kurdistan, un altro quarto verso i Paesi limitrofi: Giordania, Siria, Libano e Turchia in attesa di poter emigrare verso Paesi sicuri, liberi e ricchi.Tuttavia, nonostante le disgrazie che si sono abbattute sul popolo iracheno, dopo il conflitto tra lo Stato e i curdi, al Nord, passando attraverso le lotte all’interno del potere tra i vari partiti, e infine la guerra con l’Iran e l’occupazione del Kuwait con le sue nefaste conseguenze, nonostante tutto questo, si nota che gli iracheni, e in particolare i cristiani, rimangono molto legati al proprio Paese. Fa impressione constatare che i cristiani dell’Iraq sono pienamente iracheni e profondamente cristiani. Avvicinandoli, come noi li abbiamo conosciuti, sia all’interno dell’Iraq sia in Siria ove molti di loro si sono rifugiati, si nota una duplice appartenenza molto pronunciata: sono veri cristiani e veri iracheni. Non abbiamo il diritto di parlare di inculturazione di questi cristiani, poiché sono a casa loro da sempre e hanno acquisito l’arte di essere se stessi, fieri della loro appartenenza religiosa, con una grande capacità di integrazione, sono cittadini con tutti i diritti civili, e una grande facilità a vivere con tutte le categorie dei loro concittadini, senza complesso di persecuzione né di disprezzo dell’altro. (…)(Mons. Antoine Audo, Vescovo di Alep dei Caldei, La Civiltà Cattolica 2008, II, 85-93, quaderno 3787)
Vescovo caldeo di Kirkuk: a Mosul si cancellano i cristiani per motivi politiciKirkuk (AsiaNews) – (…) Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, ha voluto condividere coi lettori di AsiaNews le sue preoccupazioni riguardo agli avvenimenti.Cosa sta succedendo a Mosul ? Come si può definire questa carneficina continua? In una settimana vi sono stati 12 morti; 1000 famiglie hanno lasciato le loro case verso i villaggi della piana di Ninive; 5 case sono state distrutte con esplosioni. Paura, solitudine e timori dominano nella minoranza cristiana. La memoria di Dora (1) a Bagdad non è dimenticata. Se la situazione continua in questo modo, i cristiani saranno costretti a nuove “fughe di massa”.Gli attentati di Mosul hanno però un carattere speciale: essi non sembrano essere legati a bande di delinquenti, perché questa volta essi non chiedono alcun riscatto. È possibile che dietro gli assassini vi siano dei fondamentalisti. Ma come spiegare il silenzio e l’immobilità delle autorità locali e centrali quando una macchina con altoparlante gira per le vie del quartiere di Sukkar, gridando e ordinando ai cristiani di andarsene via? Io penso che dietro tutte queste violenze vi sia un movente politico.Questa campagna per far fuggire i cristiani potrebbe nascondere vantaggi di carattere politico in prossimità della tornata elettorale del gennaio 2009 e la controversia sull’approvazione della legge per le elezioni provinciali. L’attuale legge cancella la quota riservata per tradizione ai cristiani (e alle altre minoranze). Intimidirli e cacciarli via fa tutt’uno con la negazione della loro rappresentanza. Ma non va esclusa nemmeno l’ipotesi che le violenze contro i fedeli servano a rafforzare l’ipotesi di un’enclave cristiana nella piana di Ninive.Chiediamo con forza l’intervento del governo per proteggere tutti gli irakeni in difficoltà, ma soprattutto i cristiani, attualmente i più esposti. Questo sarebbe un compito anche per le forze di occupazione. Chiediamo l’intervento della comunità internazionale per proteggere le minoranze in Iraq, specie in occasione delle prossime elezioni provinciali. E domandiamo con particolare urgenza l’intervento dell’Onu e dell’Unione europea perché solleciti il governo di Baghdad a rispettare le minoranze nelle prossime elezioni. Il parlamento irakeno ha votato una legge che non riconosce i diritti delle minoranze. Questo porterà alla distruzione definitiva delle minoranze etniche e religiose di questo paese ed accelererà l’esodo dei cristiani. Chiediamo ai cristiani d’occidente di non essere solo preoccupati delle borse e dell’economia, ma di denunciare ogni forma di violenza e di mostrare verso di noi solidarietà e condivisione.(1) Dora, quartiere di Baghdad dove negli anni scorsi sono avvenuti uccisioni di cristiani, rapimenti di fedeli e sacerdoti, attentati a chiese. Queste violenze hanno portato all’esodo di centinaia di migliaia di persone. Una maggiore sicurezza è stata riconquistata dopo l’operazione militare “Surge” da parte di militari americani e irakeni.
venerdì 24 ottobre 2008
Gioventù Italiana : Striscioni in molte città per ricordare la rivolta di Budapest
Gioventù Italiana movimento giovanile del partito La Destra ha manifestato in decine di città italiane per ricordare i martiri della rivolta di Budapest di 52 anni fa . Lo ha fatto affiggendo striscioni in moltissime città italiane per squarciare il silenzio che stampa e tv hanno riservato a questa ricorrenza .Abbiamo ricordato il coraggio e la determinazione di tanti giovani che hanno combattuto e sono caduti per la libertà del proprio popolo e dei propri valori , contro i cingoli del materialismo e del comunismo che in quegli anni avanzavano fra l’indifferenza borghese di una occidente menefreghista e il veto opportunista del partito comunista italiano , i cui leader di allora siedono oggi fra le più alte cariche dello Stato come il presidente della Repubblica Napolitano. Vorremmo che i valori e il coraggio di quei ragazzi rivivano nel ricordo di tutti i giovani italiani e che diventino per essi un esempio concreto di amore per la patria e per i propri ideali
Luca Lorenzi
“23 Ottobre 1956: a Budapest migliaia di manifestanti scendono in strada in segno di solidarietà con l’immensa protesta di operai e studenti Polacchi, repressa col sangue un mese prima. Viene abbattuta la statua gigante di Stalin nel parco municipale. Il numero uno del Partito Comunista parla alla radio, insulta gli studenti e gli operai e respinge le loro richieste. Poi ordina alla Polizia politica di sparare sulla folla ammassata davanti al palazzo della radio. Muoiono in dodici! I manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti che non oppongono resistenza. Nella notte i blindati della 92ma Divisione dell’Armata Rossa entrano a Budapest. Il 25 Ottobre inizia la rivolta in altre dieci città, radio clandestine trasmettono nel Paese, vengono distribuiti giornali clandestini e sono costituiti alcuni Consigli di fabbrica. Il 31 Ottobre i blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia finti negoziatori che, per guadagnare tempo, assicurano che l’Armata Rossa sta lasciando il Paese. Invece, dopo quattro giorni, i carri armati sovietici entrano a Budapest, la gente si difende con armi leggere e bottiglie molotov. I combattimenti continuano fino al 9 Dicembre. Il 12 Dicembre, quando viene istituita la legge marziale, i lavoratori proclamano uno Sciopero Generale che durerà fino al 13 Gennaio, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti. Il 20 Marzo il primo ministro si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 Aprile firmerà gli accordi di “stazionamento temporaneo” di truppe sovietiche in Ungheria. Vi resteranno ancora per trentadue lunghissimi anni! “
Luca Lorenzi
“23 Ottobre 1956: a Budapest migliaia di manifestanti scendono in strada in segno di solidarietà con l’immensa protesta di operai e studenti Polacchi, repressa col sangue un mese prima. Viene abbattuta la statua gigante di Stalin nel parco municipale. Il numero uno del Partito Comunista parla alla radio, insulta gli studenti e gli operai e respinge le loro richieste. Poi ordina alla Polizia politica di sparare sulla folla ammassata davanti al palazzo della radio. Muoiono in dodici! I manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti che non oppongono resistenza. Nella notte i blindati della 92ma Divisione dell’Armata Rossa entrano a Budapest. Il 25 Ottobre inizia la rivolta in altre dieci città, radio clandestine trasmettono nel Paese, vengono distribuiti giornali clandestini e sono costituiti alcuni Consigli di fabbrica. Il 31 Ottobre i blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia finti negoziatori che, per guadagnare tempo, assicurano che l’Armata Rossa sta lasciando il Paese. Invece, dopo quattro giorni, i carri armati sovietici entrano a Budapest, la gente si difende con armi leggere e bottiglie molotov. I combattimenti continuano fino al 9 Dicembre. Il 12 Dicembre, quando viene istituita la legge marziale, i lavoratori proclamano uno Sciopero Generale che durerà fino al 13 Gennaio, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti. Il 20 Marzo il primo ministro si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 Aprile firmerà gli accordi di “stazionamento temporaneo” di truppe sovietiche in Ungheria. Vi resteranno ancora per trentadue lunghissimi anni! “
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