sabato 8 novembre 2008

RELAZIONE DI STORACE ALL'APERTURA DEL I° CONGRESSO NAZIONALE

Grazie, grazie davvero a tutti per questa entusiasta partecipazione. Grazie per averci raggiunto da ogni parte del nostro Paese, grazie per aver deciso di celebrare assieme il primo congresso nazionale della destra, dell'unica vera destra italiana. Non era cominciato bene questo percorso congressuale: sembrava incredibile, ma in questi tre giorni rischiavamo di doverci confrontare con la drammatica prospettiva di decidere se andare avanti o addirittura scioglierci per diventare una minicorrente di un altro partito, come proponeva la mozione poi ritirata di chi avevamo delegato a combattere in prima fila per noi. Ma nel partito non c'era consenso verso un'idea un po' bizzarra di dissolvenza; e ora, con felicitŕ, orgoglio e passione possiamo davvero dire che il primo congresso della destra non sarŕ l'ultimo congresso della destra! Alle nostre spalle abbiamo giŕ un percorso durissimo, condiviso da migliaia di persone nelle nostre sedi e da centinaia di migliaia di elettori nelle urne. Siamo una forza politica che si sta radicando ovunque, con pochissime zone in cui si registrano difficoltŕ - parliamo di quattro o cinque province su 120 - a cui rimedieremo giŕ nei giorni successivi al congresso, se ci darete il mandato a proseguire la nostra azione. A termini di regolamento ho riproposto - con le firme necessarie e nel rispetto di procedure approvate all'unanimitŕ in ogni singolo passaggio - la mia candidatura alla segreteria nazionale del movimento e voglio ringraziare tutti coloro i quali hanno voluto sottoscriverla. Chi non l'ha fatto preferendo altri lidi non avrŕ il nostro rancore; fra qualche tempo, quando si accorgeranno di essere stati lasciati a piedi dai venditori di fumo in circolazione, saranno loro a provare rimpianto per aver improvvisamente scoperto di non credere piů in quello in cui dicevano di credere. Noi, invece, non abbiamo smesso un attimo di credere che di qui passa il bene della nostra amata Patria. Questo movimento –-della cui struttura parlerň piů avanti nella mia relazione – cresce in maniera esponenziale: non sarŕ un caso che gli iscritti siano aumentati del 25 per cento da un anno all'altro. Quindicimila anime aggrappate ad una bellissima bandiera che finalmente avrŕ rappresentanza parlamentare dal prossimo mese di giugno quando entreremo a Strasburgo con la nostra delegazione e saremo presenti nelle amministrazioni locali di tutta Italia a rappresentare una forza politica di valori e non di potere. A voi 1200 delegati, a voi portavoce provinciali, a voi di gioventů italiana, a voi donne del Movimento, va la mia riconoscenza per quanto abbiamo fatto assieme dalla Costituente di un anno fa, dalla conferenza di Trieste, dalle elezioni politiche, dai congressi locali, fino a oggi. Non ci manca il Parlamento; ci sarebbe mancata molto di piů questa splendida assemblea congressuale se avessimo deciso di mancare alla parola data un anno fa. assieme a Teodoro Buontempo lo promettemmo: entro un anno il congresso. E la Destra č movimento di fede e di parola. All'Italia diciamo – e lo abbiamo scritto nei giorni scorsi al presidente della Repubblica, al quale dobbiamo riconoscere con spirito di uomini liberi l'equilibrio con il quale ha orientato nella difesa del pluralismo politico la discussione sulla riforma delle legge elettorale europea – che vogliamo servirla attraverso il nostro bagaglio valoriale, ideale, programmatico. Lo slogan che campeggia sul congresso, “piů popolo, piů idee, piů valori contro il declino della nazione” sta a significare che la persona non deve sentirsi mai piů sola, che il potere non puň rappresentare l'unica meta della politica, che le differenze vanno esaltate e non compresse, che l'Italia non si rialza con un semplice manifesto elettorale, ma con una buona pratica politica che sia rispettosa innanzitutto dei diritti di ogni cittadino che oggi invece non ha voce. L'onda della globalizzazione vede gli Stati cedere al ricatto dell'economia e l'individuo č sempre piů solo e inascoltato. Non ci interessa l'accoglienza del salotto buono della politica. Continuiamo a privilegiare l'interlocuzione con i poveri disgraziati che non sanno come sbarcare il lunario. Stiamo dalla parte di chi sta male e non da quella di chi sta bene; perché altrimenti ci dovremmo chiedere a che serve la politica. Vi chiedo di aiutarci a inviare un messaggio di profondo valore etico alla Nazione. Solo se si rivoluziona il linguaggio della politica, il cittadino puň scoprire che non siamo tutti uguali e puň tornare a sperare anche ciascuno di quei quattordici milioni di italiani che ad aprile ha rifiutato di andare a votare. Pensiamoci: una platea enorme, pari a piů di quindici volte e mezza il nostro pur lusinghiero consenso elettorale; sarebbe stato sufficiente convincere poco meno di quattro ogni cento di quegli elettori disgustati dalla politica per raggiungere il quorum. Ma eravamo anche noi visti come parte della casta che si azzuffava; oggi, credo, non piů, e del resto vorrŕ pur dire qualcosa se come mi racconta il nostro segretario amministrativo Livio Proietti, ogni mattina la nostra posta in arrivo segnala che c'č qualche italiano che da qualunque parte si trovi, decide di scriverci on line e versare 20 euro per aderire a La Destra. Se accade che ci si iscriva ancora oggi; se accadrŕ di essere visti e considerati e apprezzati con maggiore credibilitŕ; dipenderŕ solo dalla nostra capacitŕ di saper misurare nella democrazia la forza del nostro consenso, la qualitŕ delle nostre proposte sociali, l'adeguatezza a rappresentare gli interessi diffusi del Paese. Ecco, da qui parte il nostro cammino. Da qui riparte La Destra. Con un obiettivo ambizioso, che e' la cifra politica dell'esistenza di ciascuno di noi. Nella sua bellissima storia italiana, la destra ha sempre rappresentato il bastione patriottico contro il degrado delle istituzioni. Quando Giorgio Almirante definiva gli eletti negli enti locali come i carabinieri missini, non lo faceva per il senso della battuta a effetto, bensě per indicare agli italiani e alle italiane il valore di una forza politica che non mandava uomini e donne nei comuni e nelle province a raccattare quattrini e potere per sé come facevano tutti gli altri, ma si andava per l'Italia attraverso le sue istituzioni. In una espressione molto bella di Nello Musumeci, utili all'Italia e non semplicemente a noi stessi! E da questo congresso dobbiamo scrivere una nuova pagina per il futuro della nostra Patria. La Destra deve coltivare l'ambizione entusiasta di essere capace di mutare i riti della politica, puntando anzitutto ad affascinare proprio quelle decine di milioni di italiani e di italiane che non vogliono piů scambiare diritti con clientele, persone con pubblico, valori con mercanzie, simboli con marchi. Lo possiamo fare ora e subito, proprio adesso che il popolo italiano puň essere messo nella condizione di sapere che finalmente, molto piů che a novembre 2007, molto piů che a febbraio e ad aprile 2008, qui non c'č casta che possa albergare a lungo nel nostro movimento. Chi non se la sentiva ha fatto bene a lasciarci in pace. Se una cinquantina di persone su quindicimila iscritti ha preferito fare fagotto per precipitare nel girone infernale della partitocrazia e per andare a inghiottire rospi amari per supplicare sistemazioni personali, e' bene che abbia fatto quella scelta. Abbiamo bisogno di gente che crede e non di gente che vuole; di militanti che combattono e non di dirigenti che si abbattono; di persone orgogliose e non di nullitŕ che recriminano. Siamo e resteremo una comunitŕ di uomini liberi che ha scelto di non contaminarsi per logiche di mero potere. Veniamo da una cultura che insegnava che per un ideale si era disponibili persino a morire e rifiutiamo il mondo che pare raccomandare di essere pronti a uccidere per il potere. Noi non abbiamo voluto cancellare tutto quello in cui abbiamo creduto e che ci ostiniamo a voler ancora rappresentare, giustizia per gli italiani, innanzi tutto, attraverso scelte non piů compromissorie. Futuro per i giovani chiamandoli alla rivolta morale contro l'eutanasia della Patria. La Destra nata a luglio del 2007 e' destinata ad entrare nella storia dell'Italia se sarŕ capace di credere con determinazione, sapendo che nel proprio passato giŕ ci sono solo memorabili lotte senza regali da parte di alcuno. E' il nostro formidabile biglietto da visita, č la spinta verso il domani. Dal congresso in avanti nessuno potrŕ piů fermarsi a guardarsi indietro: č avanti la nostra strada e chi teme la sfida non ostacoli chi non desidera altro che impegnarsi. Perché di fronte abbiamo davvero un brutto mondo, quello che si fa chiamare moderno e altro non e' che un agglomerato indistinto ed economicista che fa strage di ogni valore. Il mondo moderno e modernista ci chiama ad idolatrare certo potere tecnocratico – ricordate i professionisti, i tecnici, che Berlusconi vorrebbe al Parlamento europeo.... - che ha deciso che l'esistenza dell'uomo č artificiale, che l'appartenenza non ha senso, che i popoli vanno omologati, che la persona va trasformata in consumatore, utente, pubblico, che il profitto č la nuova meta di un'umanitŕ alla quale va tolta ogni traccia di cultura e di storia. E' il mondo in cui l'utile vale piů dell'etica. Se non vuoi un figlio l'aborto č il rimedio. Se non sopporti il malato ricorri all'eutanasia. Se tuo figlio rischia di essere diverso da come lo sogni, potrai clonarlo. Se non hai futuro, rifugiati nella droga. Ma davvero č questo il nostro destino? Io non lo credo e non credo di essere il solo a pensarla cosě modernamente. Preferisco battermi e invitarvi a batterci affinché arrivi il tempo in cui la lotta politica non sia piů circoscritta alla riduzione di un punto di pressione fiscale, ma all'esaltazione di un modo di vivere che sia figlio della migliore tradizione culturale e cristiana dell'Italia. C'č bisogno, drammatico bisogno di riferimenti morali; altrimenti se conta solo la Borsa con l'infernale ticchettio di quei computer che sfornano numeri che fanno impazzire il globo fra euforia e depressione nel giro di poche ore, non si capisce perché il mondo e' alla ricerca di scenari nuovi, di risposte differenti rispetto a quelle costruite nel nome del pensiero unico. Fino a ieri le cercavano, nelle piů tormentate aree del pianeta, persino nel terrorismo. Penso a chi in Medio Oriente preferiva uccidere se stesso e altri nel nome della Palestina, a chi, indottrinato da Bin Laden, andava a schiantarsi contro le Torri Gemelle scegliendo di morire anziché di vivere. Pare ora di intravedere qualcosa di diverso, che non vuol dire che ciň sia sempre positivo. Ma certo dai popoli – e non piů attraverso la pratica della violenza, bensě attraverso l'organizzazione del consenso democratico – arrivano nuove indicazioni. L'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha un tratto di innovazione rivoluzionaria che sarebbe superficiale limitare al colore della pelle, come disse incredibilmente tempo addietro l'attuale presidente della Camera dei Deputati, sostenendo che era presto per l'America pensare ad un presidente di colore. La lungimiranza dell'onorevole Fini gli impediva di vedere la portata straordinaria di una proposta politica che punta invece all'indipendenza energetica di una nazione, all'affermazione di una sanitŕ finalmente pubblica, ad una riforma fiscale di cui persino da noi si perdono le traccia, ad una riforma educativa che veda gli studenti e gli insegnanti come protagonisti e non come nemici da colpire. Ecco, il popolo americano sembra voler rifiutare la vecchia gendarmeria globale e comincia a pensare un po' di piů a come far crescere i propri figli. L'Europa resta invece ferma in attesa dell'arrivo di centinaia di milioni di fratelli musulmani da Ankara. E poi ci si stupisce del successo delle destre europee. Ora tocca a noi posizionarci nelle risposte politiche che lo scenario mondiale propone ad un'Europa senza identitŕ: e il no all'ingresso della Turchia nell'Unione sarŕ un primo, eloquente biglietto da visita da sventolare di fronte a un panorama politico nazionale che e' riuscito persino a inghiottire senza arrossire quel trattato di Lisbona che rappresenta il trionfo di un assetto continentale incapace di cogliere il bisogno di solidarietŕ sociale che avanza da ogni popolo. Persino la Lega se n'e' dimenticata. Hai voglia, caro Borghezio, ad andare ai funerali di Jorg Haider se poi il tuo capo sta zitto zitto a Roma. In Europa, dunque, a rappresentare una via sociale, una via etica, una via comunitaria. E ci riusciremo con le forza dei nostri militanti: saremo una delle pochissime forze politiche a dover raccogliere firme per presentarci. Ne serviranno almeno centocinquantamila. Ne sono contento, perché avremo l'occasione per sei mesi di bandiere e di gazebo per parlare delle nostre proposte. E per questo che nella cartella di ciascun delegato c'č un modulo per affermare la propria disponibilitŕ a sottoscrivere e a raccogliere firme. Ciascuno di noi si senta responsabile verso la propria comunitŕ, domani sera approveremo il nuovo statuto del partito e assieme al presidente che indico formalmente in Teodoro Buontempo, vareremo subito le liste e sabato 15 e sabato 22 novembre organizziamo in tutte le province d'Italia la raccolta di firme. Dichiaro dunque aperto sin da ora il procedimento elettorale previsto dalla legislazione vigente. Siamo entrati nei sei mesi a disposizione per raccogliere le firme e da oggi il Parlamento non si azzardi a modificare le regole del gioco a partita iniziata. Siamo pronti ad ogni genere di ricorso che vada a ledere il diritto di ogni cittadino italiano a non vedere vanificata la propria firma apposta in calce ad una lista elettorale. La partita č finita, si vota con questa legge! Aldo Tracchegiani per la parte organizzativa e Roberto Salerno per quella elettorale coordineranno le iniziative sul territorio e tutti insieme andremo paese per paese a sostenere lo sforzo dei nostri militanti. Ora abbiamo strutture ovunque e l'obiettivo di dare rappresentanza politica in Europa a chi non vuole smettere di credere nei valori della destra e' finalmente a portata di mano. Lotteremo per un'Europa politica, luogo d'incontro di popoli e di culture, legata alle sue radici cristiane, estranea ad un modo di vivere americanista che vuole contaminare ed egemonizzare proprio uso e consumo la missione occidentalista. La sfida delle singole nazioni non puň che essere quella di costruire un identitŕ comune che tenga conto delle diverse tradizioni, delle diverse lingue, dei diversi costumi, ma che esalti ciň che unisce tutti i popoli europei, in quanto espressione di un unico percorso storico e culturale. Ecco perché siamo e saremo contrari all’ingresso nell’Ue della Turchia. L’Europa prima che un anonimo soggetto economico ha il dovere di essere la naturale espressione di un continente che, geograficamente e culturalmente, ha confini definiti. Accanto a questa, la sfida piů difficile che i popoli europei devono affrontare č rappresentata dalla cosiddetta multiculturalitŕ. Per scongiurare il rischio di chiusure a riccio o di inaccettabili atteggiamenti razzisti o xenofobi, servono politiche per la natalitŕ, regole per la difesa delle nostre tradizioni, atti politici chiari nei confronti di quanti mettono in discussione il nostro culto o la nostra identitŕ. Se l’Europa non diventerŕ presto un soggetto politico e non saprŕ difendere sé stessa dalla crisi d’identitŕ che vive, il rischio concreto č la crescente marginalitŕ nella politica estera fino alla graduale e completa cessione di ruolo verso le nuove potenze mondiali. La Destra italiana dovrŕ interpretare un ruolo originale nel contesto europeo: Sovranitŕ, dignitŕ e indipendenza dell’Italia proiettate nell’idea forza - la forza del mito - di un’Europa unita, forte economicamente e militarmente, conscia del proprio ruolo e che torni ad essere protagonista sulla scena mondiale, e non piů pigramente accondiscendente verso gli Stati Uniti. Avremmo voluto vedere protagonista l’Italia nella costruzione dell’Unione euromediterranea, abbiamo invece subito l’iniziativa di Sarkozy… Ci si preoccupa di evitare presenze scomode e identitarie al Parlamento europeo con un tentativo di nuova legge-canaglia e ci si dimentica di cultura, storia, tradizione. E’ l’Italia della semplificazione ad usum delphini, degna partner di un’Europa senza rispetto per le proprie radici…. E’ tempo invece di riflettere su quanto l’americanismo ci abbia inquinato culturalmente, quanta parte delle nostre piů autentiche tradizioni sia rimasta in piedi, ci sono stati imposti modelli sballati e una visione economicistica della vita; l’unilateralismo si palesa con l’arroganza di un impero che tuttavia non possiede una superiore visione del mondo e della vita che non comprende la ricchezza feconda delle differenze; ed ora ci scarica addosso il prezzo di una gigantesca crisi economica, dovuta alla “sua” finanza virtuale, al “suo” liberismo sfrenato, alla “sua” globalizzazione, figlia di un progetto politico, il mondialismo, che richiede un pensiero unico e che non solo non assicura libertŕ e progresso al pianeta, ma lo sta portando alla povertŕ, alla fame e al declino. Ecco, un’Europa artefice del proprio destino, consapevole della propria missione, fiera dei propri valori č quella che continuiamo a sognare in un Occidente in cui ci posizioniamo non per servilismo, ma per scelta di civiltŕ. Ma non č l’occidente americanista quello che abbiamo sognato per i nostri figli, non č appunto l’Europa che apre al “mercato” turco quella cui aspiriamo. Vogliamo un democrazia di popolo a livello continentale, pretendiamo rispetto delle sovranitŕ e non burocratismi irresponsabili. Garantiremo indipendenza e protagonismo sulla scena internazionale, ci batteremo per un’Europa capace di parlare al mondo con una sola voce, figlia della democrazia e della volontŕ dei suoi popoli. Il sogno di un'Europa unita e forte col passare degli anni si sta per trasformare in un incubo che vede i governanti del vecchio continente contrapposti ai popoli nazionali sempre piů perplessi sul futuro dell'Unione europea. Quanto accaduto in Irlanda con la consultazione referendaria non puň essere sottovalutato, i popoli chiamati a decidere ormai hanno fatto capire con chiarezza la loro opinione. Ora che non c’č piů la paura del comunismo alle porte, si apre la crisi della Vecchia Europa. Il suo allargamento, che ha trascurato ogni impronta di carattere storico, culturale, religioso e politico, privilegiando invece solo economia, finanza e burocrazia, ha coinciso con un traguardo e con un limite: quello dell’assenza di una qualsivoglia capacitŕ progettuale. E’ l’Europa del Partito popolare, č quella del Partito socialista, quella che č fallita, in una visione mercantile priva di respiro politico, incapace di democrazia diretta, di politica estera e di difesa comune. E’ l’Europa che si ferma ora a Lisbona e dimentica di ritrovarsi a valori unificanti sul piano culturale e religioso, č l’Europa che si ferma un miglio prima dell’approdo alla costruzione di una grande potenza militare e politica, č l’Europa a cui manca una missione. La Destra non dovrŕ avere timore di dirlo, come non mancheremo di dire che mai piů nel futuro del nostro continente vogliamo assistere allo spettacolo di chi con graziose elargizioni punta a minarne l’agognata unitŕ territoriale e politica. Cosě come č in campo economico che andrŕ elevato il conflitto piů aspro: č nostra forte convinzione che la partita globale in atto vada ben oltre le dimensioni e le caratteristiche della libera concorrenza tra imprese. Dietro alla prepotente aggressivitŕ cinese in campo economico vi č l’apparato statale di una specie di capital-comunismo che ha trovato terreno fertile nella stupiditŕ dei dogmi liberisti in voga in Occidente per mettere in campo le piů spregiudicate forme di conquista economica che a memoria d’uomo possano essere ricordate. Ed č stato solo il battistrada per tutti quegli altri Stati, piccoli o grandi, autoritari o democratici che siano, dell’ex terzo mondo che si stanno facendo spazio grazie a un costo del lavoro e della produzione ridicolo rispetto agli standard occidentali, alla prospettiva di immensi guadagni per le multinazionali e all’insipienza delle classi dirigenti europee. l centro della nostra visione delle politiche industriali vi č l’interesse nazionale, che č poi anche l’interesse delle imprese italiane, delle famiglie, dei consumatori e dei lavoratori italiani. Tutti soggetti che soffrono la stessa mancanza di attenzione dei loro omologhi negli altri Stati dell’Unione Europea. E’ l’Europa tutta a doversi indirizzare in maniera diversa. Senza paure né timori reverenziali nei confronti di alcuno. Per questo riteniamo che sia ora di cambiare rotta: le insufficienze che abbiamo sotto gli occhi sono state dovute in gran parte all’incapacitŕ – o alla non volontŕ – da parte degli Stati europei e dei burocrati di Bruxelles di intervenire, anche in maniera diretta (in particolare sulle importazioni), per garantire e tutelare attivamente l’interesse degli Stati membri. Intervenendo con vigore, indirizzando le scelte interne, ponendo limiti e freni all’aggressivitŕ esterna. Il modello mercatista valuta l’uomo, il lavoratore come un semplice costo. Da abbattere. E quando il lavoro interinale non č sufficiente si puň sempre ricorrere alla “delocalizzazione”. Quest’ultimo e' il termine neutro per nascondere lo smantellamento di unitŕ produttive ed il loro trasferimento sempre piů ad est. Dove il “costo del lavoro” č sempre piů basso. Parlando del lavoro, dell’organizzazione industriale, della composizione del salario, della sicurezza sui luoghi di lavoro, sull’impatto sociale ricadente sul territorio, tutto questo stato di cose cosa comporti č sotto gli occhi di tutti noi con un liberismo finanziario che tende soltanto al massimo profitto e che trova acquiescenza nel potere politico. Riteniamo invece doveroso, in materia di tutela del lavoro e della produzione nazionale ed europea: introdurre clausole sociali per l’importazione dai paesi extracomunitari a tutela di diritti dei lavoratori di quegli stati che siano equivalenti a quelli europei; pretendere che siano rispettati nei paesi di produzione gli stessi obblighi a tutela dell’ambiente e della salute in vigore nell’Unione e ai quali sono soggette le nostre imprese; non temere – di fronte a fenomeni di vero e proprio dumping – di applicare tassazioni sull’importazione; rivedere drasticamente le politiche antitrust e anti sostegno alle imprese da parte dell’UE, limitandole ai veri e propri casi in cui viene violata la lealtŕ della concorrenza attraverso la creazione di cartelli. Carissimi delegati, di fronte a noi abbiamo un mare aperto in cui navigare senza incertezze. Lo ha la Destra italiana se sarŕ capace di coltivare l'ambizioso sogno di unitŕ piů attorno ai valori che ai personalismi. Questo simbolo che abbiamo creato non venga visto con gelosia dalle altre forze politiche dell'area, ma sia individuato come la casa comune della Nazione in marcia contro il declino in via di affermazione nel tempo del pensiero globale. Lo dissi alla Costituente, lo ribadisco ora: se il problema č un incarico al vertice de La Destra, quell'incarico č a disposizione. Ma guai a perdere la straordinaria opportunitŕ che si apre di fronte a una comunitŕ che non intende smettere di continuare a credere nella forza delle proprie idee e non si puň permettere mille sigle. Ci si continui a ragionare, ma ci si decida, senza attendere le offerte oltraggiose di annessione di chi le pensa esattamente in maniera opposta rispetto a ciascuno di noi. Quello che č accaduto sulla scuola č solo un esempio del disagio sociale fortissimo presente nella societŕ italiana. L'Italia ridotta a uno č possibile solo nelle teste di Berlusconi e Brunetta. Questo č un popolo che ha smesso di sorridere e ogni giorno tocca con mano che cosa vuol dire la parola declino. Io non so per chi votano i militanti del Blocco studentesco: so solo che hanno avuto coraggio di rompere gli schemi persino con la sinistra, al punto che quella estrema ha sentito il bisogno di provocare scontri fisici. Possibile che sia tanto difficile discutere nell'area mentre si avvertono le difficoltŕ del potere politico? E' possibile costruire una casa piů grande nel momento in cui emerge una ricerca di identitŕ protestataria alla ricerca di interlocutori che non siano affetti dal virus trasportato dalla parola “io”? Lo voglio dire con chiarezza e rispetto per le storie personali di ciascuno: chi č oggi parlamentare europeo, quando discute con noi e di noi, non pensi a quello che č ora, perché ha di fronte chi ha rinunciato a fare il ministro per essere coerente; ma pensi a costruire con noi e negli anni una grande forza politica a due cifre percentuali e tutti assieme riusciremo a prenderci la rivincita contro quel vecchio mondo che non ha piů ideali. La Destra non resterŕ comunque ferma ad aspettare. Siamo chiamati a contrastare un relativismo che ormai ha contagiato in pieno la politica italiana e parte della societŕ. Ne č un esempio una delle cose piů brutte a cui ci č capitato di assistere, l'approvazione in pochissime sedute parlamentari del lodo Alfano. Tutto passa in secondo ordine, la legalitŕ č subordinata al diritto di governare in pace.... Ecco, io non voglio credere che sia questo il destino della nostra Nazione. E per questo chiamiamo a raccolta l'Italia che non vuole rassegnarsi e lo faremo in ogni prova elettorale che avremo di fronte a noi, a partire da quella che domenica prossima attende i nostri militanti del Trentino a cui voglio rivolgere un grande in bocca al lupo, e da quella che vede il nostro grande presidente del partito impegnato in prima persona per la rigenerazione morale dell'Abruzzo. Che la partita sia tutta da giocare lo ha dimostrato anche il risultato dell'Alto Adige dove, di fronte al crollo di tutti i partiti di lingua italiana, la lista sostenuta da La Destra e' riuscita ad andare avanti oltrepassando nel capoluogo il 7 per cento in quella che č la rappresentanza di nostri connazionali. E il resto lo farŕ la costruzione di quel magma indistinto che si chiama Popolo delle libertŕ. Non dobbiamo inseguire chi sta lŕ dentro, perché verrŕ da solo quando scoprirŕ che č davvero il notaio a decidere chi conta e chi no. Non correremo appresso a nessuno, perché vogliamo che prevalga la chiarezza. Non ci piace affatto questo assetto politico e chi č rassegnato fa bene a volgere lo sguardo altrove. Noi preferiamo combattere, perché altro non avrebbe senso politico. Alle ultime elezioni di aprile, i due principali neonati attori dello scenario politico-istituzionale, PD e PdL, hanno trovato il terreno comune su cui far convergere i rispettivi disegni egemonici. La Destra – fedele all’idea per cui č nata – non ha inteso in alcun modo aderire, nemmeno tecnicamente, alle liste presentate dal PdL. Di fronte ai veti aennini e al netto rifiuto berlusconiano di averci come forza alleata e non subordinata, al pari della Lega Nord e del MpA di Raffaele Lombardo, per non dire dei giochini con la Dc di Pizza, con la dignitŕ che ci č dovuta, abbiamo inteso correre da soli, insieme alla Fiamma Tricolore e con il sostegno disinteressato a candidature del Fronte nazionale di Adriano Tilgher, rivendicando non soltanto storia e identitŕ precise, ma soprattutto il diritto di esprimere posizioni politiche fortemente differenziate rispetto al pensiero unico imperante che ha ormai in tutto contagiato i partiti dominanti del centrodestra come del centrosinistra. Che senso avrebbe avuto essere usciti da un’esperienza politica per poi cedere al ricatto di chi ammainava le proprie bandiere imponendo a tutti o quasi di fare la stessa scelta? Tutto questo per un gruzzolo di seggi parlamentari? Non avrebbe avuto alcun senso, se non quello di appagare singoli individui. Non siamo nati per questo. Abbiamo troppo in considerazione termini come Libertŕ, Indipendenza, Identitŕ per poterli svendere in cambio di qualche comoda poltrona e che siamo consapevoli che, se le istituzioni sono un luogo fondamentale della politica, esse non sono l’unico luogo in cui si possa sviluppare l’agire politico. In 40 giorni di scontro elettorale senza mezzi e con poca organizzazione abbiamo raccolto le speranze di novecentomila italiane e italiani. Otto parlamentari uscenti avanti a noi, mentre la sinistra radicale ne schierava 150, oltre a membri dei governi della Nazione, delle regioni e degli enti locali, attestandosi ad appena duecentomila voti in piů. Per loro si intona il de profundis, noi sentiamo le note dell’inno alla vita. Non conta non avercela fatta ad entrare in Parlamento – non č quello il fine della vita, almeno per chi ha deciso di ricostituire La Destra italiana – ma conta aver dimostrato che uno spazio politico c’č e si puň ampliare. E’ possibile se allarghiamo l’orizzonte, se anziché guardare solo al vicino di casa cominciamo a cercare quelli che la casa non ce l’hanno piů. E i prossimi tempi, settimane, mesi, non anni, ce ne daranno conferma ineludibile. A partire dallo stesso processo fondativo del popolo della libertŕ. Che segue lo stesso percorso voluto da chi ha creato il partito democratico. Altra cosa da noi, dalla nostra storia, dalla nostra identitŕ. Identitŕ che sta anzitutto nel capire fino in fondo che cosa rappresenta per noi quel senso di appartenenza comunitaria – e non le prebende, e non gli incarichi – che ci puň rimettere al centro dell’attenzione di una Nazione che non vede piů esempi nella politica. Il nostro cammino č intrapreso. Indietro non si torna. Non per presunzione che spesso si traduce nell’incapacitŕ di comprendere gli eventi e anticipare il futuro; né per risentimento né astio, sentimenti che per loro stessa natura non appartengono alla politica. Indietro non si puň tornare perché le fondamenta stesse della nostra casa risiedono proprio nella volontŕ di poter esprimere liberamente un progetto nuovo, che sfugga alle categorie logore del passato ma nemmeno si inquadri nella riduzione a quelle – sterili – del presente. Certo che avremmo fatto lavorato – e positivamente! - se ce ne fosse stata data la possibilitŕ. L’esecutivo guidato da Romano Prodi č stata – sino ad oggi - la peggior iattura che il popolo italiano abbia dovuto subire dal ’92, ma ciň non toglie che molte sono le cose che ancora non vanno, e che nemmeno questo esecutivo č in grado di affrontare in quanto – salvo qualche eccezione – totalmente privo di una visione complessiva del futuro. Abbiamo mandato a casa volentieri il governo di centrosinistra, abbiamo fatto la nostra parte rifiutando anche le offerte di chi ci avrebbe gratificato con una nuova legge elettorale che ci avrebbe concesso di rientrare, tranquillamente, da soli, in Parlamento. Ma nemmeno questo era il motivo per cui eravamo nati qualche mese prima. Ma č anche vero che dobbiamo misurarci con il sistema politico e istituzionale in cui operiamo, per poter partecipare al gioco democratico e far sentire rappresentata la nostra comunitŕ. E' vero che le elezioni nazionali hanno segnato profondamente il contesto politico italiano. La nascita del Partito Democratico e la conseguente costituzione del Popolo della Libertŕ hanno raccolto esigenze di semplificazione della politica, verso le quali ha dimostrato di essere assai sensibile il corpo elettorale. La lotta contro la casta, eterodiretta dai poteri forti (che hanno interesse a una politica debole), ha ulteriormente e paradossalmente rafforzato l’idea che l’Italia dovesse lasciarsi alle spalle un sistema fatto di oltre venti partiti rappresentati in Parlamento, con un inevitabile impatto negativo sulla governabilitŕ del Paese. In questo quadro la domanda cui occorre dare risposta, č se esista ancora uno spazio politico a Destra e come questo spazio politico possa eventualmente essere occupato. E allora tutti devono essere onesti: La Destra č nata, č proprio perché c’č chi per anni ha lavorato per svuotarla di senso e natura. Per liquefarla in un indistinto contenitore fatto di ideologie ottocentesche per quanto di moda, senza voler mai tentare di giocare la carta di ridare senso e attualitŕ ad intuizioni, sogni, progetti e speranze che storicamente – fino a Fiuggi – avevano caratterizzato la destra politica italiana, pur spesso imbrigliata da inutili nostalgie e folklorismi estetici, da “miti incapacitanti” che avevano il torto di rendere immobili grandi idee bloccandole in una sorta di “autismo ideologico”. Questo va capito, metabolizzato: č il senso stesso della nostra nascita. Si č fedeli se si vota tutto e di peggio. Si č leali se si contestano errori clamorosi che portano a tradire i patti con gli elettori. Sarŕ pure molto hard riempire paginate di giornali sulle impronte digitali ai bambini rom, ma noi avremmo preferito a questa caricatura di politiche di destra una decisa azione tesa a riconoscere la specificitŕ del comparto delle forze armate e di sicurezza. Si č scelta la prima strada, si č ignorata la seconda. Si capisce perché era meglio tenerci fuori dalla coalizione…. Sono importanti gli annunci, ma ancora di piů i fatti. Certo, i soldati sono sulle strade, ma se le vetture di poliziotti e carabinieri non hanno benzina, a che servono? Se si dividono i lavoratori tra pubblici e privati al punto che ai primi viene negata la detassazione degli straordinari – norma antisociale di per sé, soprattutto per quel che riguarda la donna costretta a scegliere se essere lavoratrice o madre… - come faremo a vedere piů forze di polizia lungo le strade? Come si fa a pensare di poter licenziare per mancanza di soldi decine di migliaia di insegnanti nello stesso momento in cui si regalano quattrini a Colaninno per Alitalia e si donano 5 miliardi di dollari al colonnello Muammar el Gheddafi? Del resto, le politiche di governo non si giudicano giorno per giorno, altrimenti non avremmo dato vita ad un partito, sarebbe bastato impegnarsi in un piů remunerativo istituto di sondaggi. Luci e ombre, dicono alcuni; il che č probabilmente vero, ma in quale programma elettorale era scritto che sarebbe stato possibile a ministri della Repubblica italiana sottrarsi alle celebrazioni del 2 giugno? In quale volantino abbiamo letto che il presidente della Camera, per ansia di legittimazione, avrebbe dovuto persino arrivare a vergognarsi in aula di Giorgio Almirante? Dopo una campagna elettorale passata a promettere di ridurre le tasse, ci hanno fatto sapere che non si abbassano piů e dopo aver tagliato il residuo di imposta Ici che era rimasta, č giŕ riposta nel cassetto la promessa di togliere di mezzo bollo auto e tutte le province. E' finita che hanno delegato proprio le province a riscuotere il bollo auto... Gli anziani piů poveri avranno 400 euro all’anno, uno al giorno…. E nei cantieri senza controlli si continua a morire di lavoro in una strage infinita che implora giustizia. Di fronte a tutto questo abbiamo il dovere di organizzare il partito, di mettervi nella condizione di lavorare al meglio. Nella prossima primavera, alle amministrative e alle europee raccoglieremo i frutti se avremo ben seminato. Per questo, adesso, ci vuole un partito strutturato, che non veda il fine della propria iniziativa solo nelle alleanze.... e su questo va detta una parola chiara: le alleanze si fanno in base agli obiettivi, altrimenti non serve presentare le liste de La Destra per snaturare la nostra missione. Daremo spazio al territorio come č giusto che sia, ma la linea dovremo deciderla assieme, perché il ruolo della direzione del partito non puň essere evanescente. Ci sarŕ il doveroso confronto con le strutture locali, ma dovrŕ essere chiaro a tutti che la partita la dobbiamo giocare prima sui contenuti e poi sul contenitore. Le alleanze a prescindere non sono roba per noi. Sarŕ il gruppo dirigente che uscirŕ dal congresso a definire le strategie per le amministrazioni locali, qui decidiamo gli obiettivi della nostra azione politica, sapendo che sarebbe insensato sottovalutare una realtŕ del Paese che ormai politicamente e istituzionalmente parla almeno venti linguaggi diversi, quante sono le regioni italiane. Ovviamente secondo precise colonne d'Ercole: sapendo che essere di Destra non vuol dire rimanere ghettizzati o ancorati ad un passato ormai lontano. Essere di Destra vuol dire arrivare a governare. Ma essere di Destra vuol dire anche non dover governare a tutti i costi, svendendo se stessi, anima compresa. Essere di Destra vuol dire saper anche rinunciare a poltrone ed incarichi, a maggioranze e prebende. Essere di Destra vuol dire avere una dignitŕ da difendere. Essere di Destra vuol dire non tradire quel milione di italiani che ci hanno votato perché eravamo fuori dagli schemi, eravamo diversi da chi propugna un pensiero debole ed unico. Detto questo, se intendiamo il nostro impegno nel fronte alternativo alla sinistra, com’č naturale, abbiamo il dovere di aprire un dialogo con tutte le forze che operano nel centrodestra, a partire da quelle identitarie e legate al territorio, per poi dialogare anche con il Pdl, principale soggetto politico di quello schieramento. Ma senza mai rinunciare a noi stessi. In questo senso, nulla dovrŕ essere lasciato al caso. Starŕ alla saggezza del vertice politico del nostro Movimento individuare gli interlocutori con i quali iniziare, quanto prima, un serrato confronto e con i quali costruire ipotesi di lavoro comune, sapendo che abbiamo il dovere di pretendere un atteggiamento unitario in tutto il Paese da parte di nostri interlocutori, pur lasciandoci la possibilitŕ reciproca di derogare in presenza di candidature di dubbia affidabilitŕ morale e decidendo in proposito tra sede nazionale e locale. L'anima č piů importante di un assessorato. Il congresso vede la partecipazione dei portavoce provinciali eletti dagli iscritti. Con il nuovo tesseramento – che dovrŕ vedere devolvere il 75% degli introiti alla periferia – ci avvieremo alla stagione che entro il prossimo autunno dovrŕ vedere eletti anche i segretari regionali, per riconoscere appieno e in soli due anni dalla fondazione il valore della legittimazione dal basso di ogni nostro incarico. Ci saranno quindi risorse per aprire sezioni, per stampare manifesti, per comunicare La Destra nel territorio. Nel nostro futuro dovrŕ esserci un partito pesante e pensante, capace di politica, ma senza piů spazio a velleitarismi individuali che sconfinano nell'anarchismo. Penso che si debba inserire il principio di lealtŕ verso la comunitŕ a cui si appartiene sin dal primo articolo del nostro statuto. Non si puň strillare contro le massonerie e poi dar vita a settarismi interni: e' stato il destino infernale della destra italiana e non vogliamo ripercorrere quella strada. Per militare in questa Destra occorre anzitutto esserne degni. Il partito che metteremo in campo da lunedě prossimo dovrŕ attrezzarsi anche sul fronte della comunicazione. Sappiamo che avremo pochissimo spazio dai media tradizionali, ma questo non vuol dire arrendersi. Stiamo lavorando alla realizzazione di un quotidiano da spedire in abbonamento postale, dobbiamo soprattutto intensificare, migliorare, rafforzare il nostro presidio sulla rete. 10, 100, 1000 blog in tutta Italia per invadere le case in ogni luogo: ho giŕ individuato un dirigente toscano che chiamerň ad occuparsi della rete informatica del movimento in ogni angolo del Paese. Il web dovrŕ essere una delle chiavi del nostro successo prossimo venturo. Ma soprattutto dovremo sapere che cosa si comunica, dove si comunica. E qui dovrŕ emergere tutta la nostra capacitŕ di puntare sul sociale, facendo rete con il vasto, vastissimo arcipelago dell'associazionismo senza rappresentanza: facciamoci trovare pronti alla domanda di chi chiede inclusione nella protesta popolare da portare finalmente nelle istituzioni e nel nome di una destra di governo capace di proposta politica e di coerenza con la propria cultura. No, non saremo una forza moderatamente costruttiva. Per quello basta il Partito democratico di Veltroni. Non ambiamo nemmeno a rappresentare una forza estremista-antagonista, vittima della sindrome rancorosa dell'antiberlusconismo per mancata alleanza. No, ci candidiamo a rappresentare una forza intransigente che vedrŕ attrarre a se milioni di persone quando la creatura chiamata Pdl resterŕ orfana politica del suo fondatore. Ci accuseranno di tutto, persino di fascismo, non sapendo che altro poter dire. Noi risponderemo loro chiedendogli di lasciare in pace il nostro rispetto per la memoria nazionale, rivendicando il diritto che spetta ad una forza che si dice democratica senza l'obbligo di dichiararsi antifascista. Sarŕ sterile ogni richiamo passatista usato contro di noi. Non ci fermerŕ comunque nella affermazione piů netta della libertŕ che risiede nella ricerca della veritŕ, senza complessi nei confronti di chi e' altro da noi. Noi non rinnegheremo il passato dei nostri padri perché sappiamo di dover lavorare al futuro dei nostri figli. Carissimi delegati, ci attende una grande stagione di combattimento politico. Prepariamoci a viverla con entusiasmo e passione. Prepariamoci a veder finalmente sventolare in piazza le nostre meravigliose bandiere, facciamo vedere all'Italia il volto pulito della gioventů italiana, delle donne e degli uomini della destra. E' giunto il tempo di organizzare con cura la prima nostra grande manifestazione di piazza, che dovrŕ essere caratterizzata anzitutto dalla lealtŕ verso il popolo italiano, quella stessa che, contro ogni interesse di parte o personalistico, manifestammo all'inizio di quest'anno quando buttammo giů in Senato il governo di Romano Prodi anche con i voti dei tre senatori della destra. Debutteremo in piazza nel nome dell'orgoglio di esserci, dell'amore verso la Nazione, del diritto a costruire la nuova Europa, ci torneremo in quella che sarŕ la nostra piazza, in questa cittŕ, proprio ad un anno dalla fine del governo Prodi, lo faremo con un grande corteo popolare sabato 24 gennaio. E' la proposta che faccio al congresso. E spero di farla a nome del congresso da lunedě prossimo ai patrioti che vogliono un'Italia unita, giusta, solidale; ai cittadini che non tollerano piů che i nostri crocefissi vengano gettati dalle scuole; ai giovani che non vogliono vedere l'ambiente egemonizzato dalle sinistre; ai contadini che vogliono tornare a lavorare la loro terra; agli artigiani che vogliono esser lasciati in pace; alle famiglie che hanno diritto ad una casa; ai pensionati che meritano rispetto e non disprezzo dalle istituzioni; ai precari che chiedono la stagione del merito anche per loro; al popolo che reclama acqua pubblica e non privatizzata; ai malati che chiedono migliore sanitŕ pubblica e spesa per la ricerca. Il 24 gennaio scenderemo in piazza contro i nemici del popolo che lavora e paga le tasse, i criminali che minacciano le nostre vite, i clandestini che spaventano le nostre esistenze, i poteri invisibili che si nascondono dietro un'insegna bancaria, le oligarchie che fuggono dalle loro responsabilitŕ, contro quelli che ci negano il diritto al futuro. Il 24 gennaio punteremo dritti verso una nuova Europa che sogniamo da ragazzi, quella delle Patrie e non dei mercati, dei diritti, della libertŕ, dell'identitŕ. Sě, nasce il partito, si, nasce la destra. La destra che non ammainerŕ mai le proprie bandiere perché non ha mai smesso di amare chi ci ha insegnato che se un uomo non č disposto a rischiare per le proprie idee, o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee!

mercoledì 5 novembre 2008

OBAMA: NULLA E' IMPOSSIBILE IN AMERICA, 'YES WE CAN'

Il presidente eletto Barack Obama ha vinto le elezioni presidenziali con la maggioranza assoluta dei suffragi, circa il 52%, secondo i dati provvisori. Non succedeva dal 1976 per un candidato democratico alla casa Bianca, da quando cioé Jimmy Carter aveva ottenuto il 50,1% dei suffragi. Bill Clinton non è mai riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta. Nel 1996, anno della sua rielezione trionfale, aveva vinto con il 49,24% dei voti; nel 1992, aveva conquistato la Casa Bianca con il 43% (ma è anche vero che i candidati erano ben tre). E' record anche il tasso di partecipazione di quest'anno, pari circa al 66%, cioé a livelli analoghi di quelli del 1908, secondo il sito Real Clear Politics. Quando John Kennedy venne eletto nel 1960 la partecipazione superò appena il 63%. Nel 2004, anno della rielezione del presidente uscente George W. Bush, del 55,3%.In America "nulla è impossibile" e chi ancora non è convinto, non ha che da guardare al nuovo presidente eletto degli Stati Uniti. Barack Obama ha debuttato così a Chicago, con un discorso della vittoria impregnato di 'sogno americano' e riferimenti alle divisioni che hanno segnato la storia degli Usa, e annunciando che il cambiamento "é arrivato". 'Yes we can', lo slogan che per quasi due anni ha accompagnato la sua campagna elettorale, è diventato anche l'inno con cui Obama ha celebrato quella che definito, rivolto alle decine di migliaia di sostenitori, "la vostra vittoria". "Siamo e saremo gli Stati Uniti d'America - ha detto Obama, citando Abramo Lincoln per respingere l'idea di un Paese diviso - e abbiamo dimostrato al mondo intero che non siamo semplicemente una collezione di individui di tutti i tipi". Una folla multirazziale ed entusiasta ha accolto Obama, sventolando bandiere a stelle e strisce, in un grande parco di Chicago, assediato all'esterno da un'altra folla che non è potuta entrare nello spazio da 70.000 posti preparato per l'evento. Accolto sulle note di 'Sweet Home Chicago', Obama ha debuttato ringraziando la città che lo ha adottato dagli anni Ottanta e si è poi lanciato in un primo discorso da presidente eletto che ha ricalcato i temi della sua campagna elettorale: la necessità di portare "il cambiamento" in America, la promessa di rispondere alla speranza di chi si sente abbandonato o ai margini della società, l'avvertimento "ai nostri nemici nel mondo" che l'America è forte, unita e pronta a rispondere a qualsiasi minaccia. L'onore delle armi è andato a John McCain e Sarah Palin, che Obama ha ringraziato e a cui ha chiesto, in una conversazione telefonica con il senatore dell'Arizona, di aiutarlo a guidare il Paese. Il vice Joe Biden, la moglie Michelle e le due famiglie hanno raggiunto alla fine Obama sul palco e il presidente eletto ha chiuso ricordando alle figlie Sasha e Malia che si sono "meritate il cucciolo" che aveva promesso loro all'inizio di un'estenuante campagna che ha coinvolto tutta la famiglia per quasi due anni.
BARACK OBAMA 44° PRESIDENTE DEGLI STATI UNITIdi Giampiero GramagliaROMA - Barack Obama e' divenuto questa notte il 44.o presidente degli Stati Uniti, e' il primo nero a conquistare la Casa Bianca: un risultato storico. L'affluenza record ha allungato le code ai seggi nell'Unione e ha reso piu' lento lo spoglio dei suffragi, ritardando l'annuncio della vittoria del candidato democratico. La certezza, non matematica, ma politica, e' stata acquisita quando il candidato democratico s'e' aggiudicato l'Ohio, uno Stato chiave, lo Stato che tutti i candidati repubblicani divenuti presidenti hanno vinto. L'America e' andata al voto nel pieno d'una crisi finanziaria che le toglie fiducia e che deve ancora fare sentire l'impatto sull'economia reale, mentre le difficolta' militari e politiche in Iraq e in Afghanistan incrinano le certezze e le sicurezze della Super-Potenza unica. In un momento difficile, con un esercizio di democrazia che la conferma fucina di coraggio per l'Occidente, l'America ha scelto e ha scelto il cambiamento: un presidente giovane, nero e relativamente inesperto, ma che e' un simbolo di speranza e che impersona il sogno americano. All'Est e al Sud, Obama s'e' imposto in alcuni Stati Chiave di questa competizione: ha fatto suo il New England, ed era scontato, i Grandi Laghi, ma soprattutto ha confermato il potere democratico in Pennsylvania e ha strappato ai repubblicani l'Ohio e lo Iowa, oltre ad altri Stati contesi. I risultati dell'Ohio e dello Iowa sono stati il segnale della disfatta per il candidato repubblicano John McCain, arrivato all'Election Day in forte ritardo in tutti i sondaggi. E che neppure i suoi sostenitori ci credessero lo diceva la differenza di immagini tra l'attesa della festa per Obama a Chicago, dove c'erano decine di migliaia di persone entusiaste, e l'attesa a Phoenix, dove i sostenitori di McCain erano pochi e disorientati. Per McCain, non e' stato un tracollo. Per Obama, non e' stata una vera e propria valanga, specie in termini di voto popolare - ma il computo esatto dei suffragi non e' ancora definitivo -. Ma dalle urne esce un'America nuova, che Barack Obama dovra' guidare dal 20 gennaio, quando s'insediera', fuori dalla crisi, ridandole fiducia in se stessa e restituendole la simpatia del Mondo.
VOTO CALIFORNIA DA' CERTEZZA VITTORIA A OBAMANEW YORK - Il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, ha vinto le elezioni presidenziali in California (55 voti), diventando matematicamente presidente degli Usa con 275 voti elettorali.

mercoledì 29 ottobre 2008

La riforma, dal maestro unico al voto in condotta

ROMA - Il maestro unico alle elementari, il ritorno dei voti in pagella, la valutazione della condotta nel giudizio finale sullo studente, l'aumento della durata dei libri di testo. Sono questi i punti salienti del decreto Gelmini, approvato oggi in via definitiva dal Senato, testo contestato duramente dagli studenti in questi giorni. Dopo essere stato presentato a fine agosto al consiglio dei ministri, il decreto ha avuto già il via libera dalla Camera a metà ottobre. - MAESTRO UNICO: alle elementari, già dal prossimo anno scolastico, gradualmente (si comincia con le prime classi), ci sarà un solo docente. Il maestro unico sarà però affiancato dagli insegnanti di religione e di inglese. Per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all'orario d'obbligo di insegnamento, è previsto che si possa attingere, per l'anno 2009, dai bilanci dei singoli istituti scolastici. - VOTO CONDOTTA: si introduce la valutazione della condotta ai fini del giudizio finale sullo studente. - VOTI IN PAGELLA: Tornano i voti in decimi nelle elementari (dove però saranno accompagnati dai giudizi) e nelle medie. Torna il voto in decimi anche per l'esame di terza media (archiviando i giudizi - sufficiente, buono, distinto, ottimo - con i quali finora si concludeva il percorso di studi). - LIBRI DI TESTO: i testi scolastici dovranno durare almeno cinque anni (salvo che per la pubblicazione di eventuali appendici di aggiornamento) evitando così continue riedizioni spesso inutili (soprattutto per alcune materie) e certamente onerose per le famiglie. - SI INSEGNA LA COSTITUZIONE: Il decreto prevede la sperimentazione dell'insegnamento di educazione civica ("Cittadinanza e Costituzione"). - DOCENTI SISS: è stata introdotta una norma che salvaguarda le aspettative di alcune categorie di docenti, come, ad esempio, gli abilitati Siss (Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario) del nono ciclo, attualmente esclusi dalle graduatorie a esaurimento. - EDILIZIA SCOLASTICA: vengono destinate risorse (una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 milioni di euro) all'edilizia scolastica

sabato 25 ottobre 2008

GIOVENTU' ITALIANA CONTRO LA GELMINI


I frutti della guerra santa mondialista in Iraq: La cancellazione dei cristiani

Mosul (AsiaNews) – Nuovo attacco contro i cristiani a Mosul: ieri pomeriggio un gruppo armato ha assassinato Hazim Thomaso Youssif, di 40 anni. L’agguato è avvenuto di fronte al negozio di abbigliamento di sua proprietà, a Bab Sarray; non si conosce ancora l’identità del commando omicida, ma si sospetta che vi sia la mano dei fondamentalisti islamici, in una città da tempo teatro di uccisioni contro la comunità cristiana. Nello stesso giorno è stato ucciso un altro ragazzo di soli 15 anni, Ivan Nuwya, anch’egli di fede cristiana. Il giovane è stato freddato a colpi di arma da fuoco davanti alla sua abitazione nel quartiere di Tahrir, di fronte alla locale moschea di Alzhara.Una fonte di AsiaNews a Mosul denuncia ad “il clima di panico” nel quale vive la comunità cristiana, le cui stragi continuano “nell’indifferenza” dei media che “non riportano nemmeno i crimini che vengono commessi”. Parlando della realtà di Mosul, la fonte sottolinea che la città “è diventata l’olocausto dei cristiani” e non si vedono segni di miglioramento nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al terrorismo. Si fa sempre più grande il tributo di sangue versato dalla diocesi di Mosul in questi ultimi anni, a partire dal tragico rapimento di mons. Paulo Farj Rahho, il cui corpo è stato rinvenuto privo di vita il 13 marzo scorso in un terreno abbandonato poco fuori la città. Durante l’agguato che ha preceduto il sequestro del presule sono morti i tre uomini che erano con lui e fungevano da scorta, massacrati dai terroristi. Nel 2007 i morti registrati nella comunità cristiana irachena sono stati 47, di cui almeno 13 solo a Mosul: fra di loro ricordiamo p. Ragheed Gani trucidato il 3 giugno, e altri due preti.Tra il 6 e il 17 gennaio di quest’anno, inoltre, si sono succeduti una serie di attacchi contro beni e proprietà cristiani, quando un’ondata di attacchi bomba ha colpito: la chiesa caldea della Vergine Immacolata, quella caldea di San Paolo, quasi distrutta, l’entrata dell’orfanotrofio gestito dalle suore caldee ad al Nour, una chiesa nestoriana e il convento delle suore domenicane di Mosul Jadida. L’ultimo episodio di violenza risale invece al 2 settembre scorso, quando si è concluso in maniera tragica il rapimento di un medico 65enne Tariq Qattan, rapito e ucciso nonostante la famiglia avesse sborsato una somma di 20miladollari per il rilascio. Due giorni prima era stato rapito e ucciso un altro cristiano, Nafi Haddad.(AsiaNews del 5 ottobre 2008)
I cristiani dell’Iraq: cristiani e iracheniI cristiani iracheni, di ogni denominazione, sono forse residui di minoranze da lasciar partire o morire nell’immane guerra in atto sul territorio iracheno, oppure sono Chiese vive, radicate nelle tradizioni bibliche e apostoliche di Gerusalemme, di Antiochia e della Mesopotamia, ed eredi di una storia e di un passato teologico e mistico? Sono forse gruppi estranei al mondo arabo-musulmano, da identificare con le crociate moderne e con l’egemonia statunitense, o sono Chiese orientali radicate da millenni nella storia e nella geografia del Vicino Oriente? Quale perdita per l’islàm, per il mondo occidentale e per Israele, se la cristianità dell’Iraq dovesse scomparire! Le minoranze del Vicino Oriente dovrebbero forse pagare il prezzo della globalizzazione o del cosiddetto «scontro di civiltà»? O la loro permanenza attraverso tutte le disavventure della storia sarebbe un segno di speranza, di rispetto e di giustizia per il mondo intero? Questi interrogativi ci introducono nel vivo del nostro tema.Infatti, dopo il genocidio armeno del 1915, di cui furono vittime anche caldeo-assiri e siriaci, la guerra in Iraq, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nell’aprile 2003, ha scatenato persecuzioni contro i cristiani, spingendo molti ad abbandonare le loro case per cercare rifugio nel Kurdistan iracheno o addirittura in Giordania, Siria, Libano e Turchia. Attacchi contro le chiese e le sedi episcopali a Baghdad e a Mossul, sequestri di cristiani e, in particolare, dell’arcivescovo di Mossul, la salma di mons. Paulos Faraj Rahho è stata rinvenuta il 13 marzo scorso, mentre erano in corso trattative per il suo rilascio, e di alcuni sacerdoti; massacri di religiose, preti e diaconi, pressioni sui cristiani del quartiere Dora (Baghdad) perché paghino la jizya o lascino le loro case… Ogni atto di violenza perpetrato contro un cristiano provoca l’esodo di intere famiglie da Bassora, Baghdad, Mossul e Kirkuk, quattro grandi città dove i cristiani vivevano da sempre in pace con le grandi confessioni ed etnie dell’Iraq: sciiti, sunniti, curdi e turcomanni. Si chiudono chiese per ragioni di sicurezza, e sono stati trasferiti nel Kurdistan il seminario maggiore e la facoltà di teologia Babel College. Si dice che metà dei cristiani iracheni abbiano lasciato le loro case, un quarto verso il Nord, nel Kurdistan, un altro quarto verso i Paesi limitrofi: Giordania, Siria, Libano e Turchia in attesa di poter emigrare verso Paesi sicuri, liberi e ricchi.Tuttavia, nonostante le disgrazie che si sono abbattute sul popolo iracheno, dopo il conflitto tra lo Stato e i curdi, al Nord, passando attraverso le lotte all’interno del potere tra i vari partiti, e infine la guerra con l’Iran e l’occupazione del Kuwait con le sue nefaste conseguenze, nonostante tutto questo, si nota che gli iracheni, e in particolare i cristiani, rimangono molto legati al proprio Paese. Fa impressione constatare che i cristiani dell’Iraq sono pienamente iracheni e profondamente cristiani. Avvicinandoli, come noi li abbiamo conosciuti, sia all’interno dell’Iraq sia in Siria ove molti di loro si sono rifugiati, si nota una duplice appartenenza molto pronunciata: sono veri cristiani e veri iracheni. Non abbiamo il diritto di parlare di inculturazione di questi cristiani, poiché sono a casa loro da sempre e hanno acquisito l’arte di essere se stessi, fieri della loro appartenenza religiosa, con una grande capacità di integrazione, sono cittadini con tutti i diritti civili, e una grande facilità a vivere con tutte le categorie dei loro concittadini, senza complesso di persecuzione né di disprezzo dell’altro. (…)(Mons. Antoine Audo, Vescovo di Alep dei Caldei, La Civiltà Cattolica 2008, II, 85-93, quaderno 3787)
Vescovo caldeo di Kirkuk: a Mosul si cancellano i cristiani per motivi politiciKirkuk (AsiaNews) – (…) Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, ha voluto condividere coi lettori di AsiaNews le sue preoccupazioni riguardo agli avvenimenti.Cosa sta succedendo a Mosul ? Come si può definire questa carneficina continua? In una settimana vi sono stati 12 morti; 1000 famiglie hanno lasciato le loro case verso i villaggi della piana di Ninive; 5 case sono state distrutte con esplosioni. Paura, solitudine e timori dominano nella minoranza cristiana. La memoria di Dora (1) a Bagdad non è dimenticata. Se la situazione continua in questo modo, i cristiani saranno costretti a nuove “fughe di massa”.Gli attentati di Mosul hanno però un carattere speciale: essi non sembrano essere legati a bande di delinquenti, perché questa volta essi non chiedono alcun riscatto. È possibile che dietro gli assassini vi siano dei fondamentalisti. Ma come spiegare il silenzio e l’immobilità delle autorità locali e centrali quando una macchina con altoparlante gira per le vie del quartiere di Sukkar, gridando e ordinando ai cristiani di andarsene via? Io penso che dietro tutte queste violenze vi sia un movente politico.Questa campagna per far fuggire i cristiani potrebbe nascondere vantaggi di carattere politico in prossimità della tornata elettorale del gennaio 2009 e la controversia sull’approvazione della legge per le elezioni provinciali. L’attuale legge cancella la quota riservata per tradizione ai cristiani (e alle altre minoranze). Intimidirli e cacciarli via fa tutt’uno con la negazione della loro rappresentanza. Ma non va esclusa nemmeno l’ipotesi che le violenze contro i fedeli servano a rafforzare l’ipotesi di un’enclave cristiana nella piana di Ninive.Chiediamo con forza l’intervento del governo per proteggere tutti gli irakeni in difficoltà, ma soprattutto i cristiani, attualmente i più esposti. Questo sarebbe un compito anche per le forze di occupazione. Chiediamo l’intervento della comunità internazionale per proteggere le minoranze in Iraq, specie in occasione delle prossime elezioni provinciali. E domandiamo con particolare urgenza l’intervento dell’Onu e dell’Unione europea perché solleciti il governo di Baghdad a rispettare le minoranze nelle prossime elezioni. Il parlamento irakeno ha votato una legge che non riconosce i diritti delle minoranze. Questo porterà alla distruzione definitiva delle minoranze etniche e religiose di questo paese ed accelererà l’esodo dei cristiani. Chiediamo ai cristiani d’occidente di non essere solo preoccupati delle borse e dell’economia, ma di denunciare ogni forma di violenza e di mostrare verso di noi solidarietà e condivisione.(1) Dora, quartiere di Baghdad dove negli anni scorsi sono avvenuti uccisioni di cristiani, rapimenti di fedeli e sacerdoti, attentati a chiese. Queste violenze hanno portato all’esodo di centinaia di migliaia di persone. Una maggiore sicurezza è stata riconquistata dopo l’operazione militare “Surge” da parte di militari americani e irakeni.

venerdì 24 ottobre 2008

Gioventù Italiana : Striscioni in molte città per ricordare la rivolta di Budapest

Gioventù Italiana movimento giovanile del partito La Destra ha manifestato in decine di città italiane per ricordare i martiri della rivolta di Budapest di 52 anni fa . Lo ha fatto affiggendo striscioni in moltissime città italiane per squarciare il silenzio che stampa e tv hanno riservato a questa ricorrenza .Abbiamo ricordato il coraggio e la determinazione di tanti giovani che hanno combattuto e sono caduti per la libertà del proprio popolo e dei propri valori , contro i cingoli del materialismo e del comunismo che in quegli anni avanzavano fra l’indifferenza borghese di una occidente menefreghista e il veto opportunista del partito comunista italiano , i cui leader di allora siedono oggi fra le più alte cariche dello Stato come il presidente della Repubblica Napolitano. Vorremmo che i valori e il coraggio di quei ragazzi rivivano nel ricordo di tutti i giovani italiani e che diventino per essi un esempio concreto di amore per la patria e per i propri ideali
Luca Lorenzi
“23 Ottobre 1956: a Budapest migliaia di manifestanti scendono in strada in segno di solidarietà con l’immensa protesta di operai e studenti Polacchi, repressa col sangue un mese prima. Viene abbattuta la statua gigante di Stalin nel parco municipale. Il numero uno del Partito Comunista parla alla radio, insulta gli studenti e gli operai e respinge le loro richieste. Poi ordina alla Polizia politica di sparare sulla folla ammassata davanti al palazzo della radio. Muoiono in dodici! I manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti che non oppongono resistenza. Nella notte i blindati della 92ma Divisione dell’Armata Rossa entrano a Budapest. Il 25 Ottobre inizia la rivolta in altre dieci città, radio clandestine trasmettono nel Paese, vengono distribuiti giornali clandestini e sono costituiti alcuni Consigli di fabbrica. Il 31 Ottobre i blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia finti negoziatori che, per guadagnare tempo, assicurano che l’Armata Rossa sta lasciando il Paese. Invece, dopo quattro giorni, i carri armati sovietici entrano a Budapest, la gente si difende con armi leggere e bottiglie molotov. I combattimenti continuano fino al 9 Dicembre. Il 12 Dicembre, quando viene istituita la legge marziale, i lavoratori proclamano uno Sciopero Generale che durerà fino al 13 Gennaio, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti. Il 20 Marzo il primo ministro si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 Aprile firmerà gli accordi di “stazionamento temporaneo” di truppe sovietiche in Ungheria. Vi resteranno ancora per trentadue lunghissimi anni! “

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Oggi nasce questo blog che si unisce agli altri per diffondere le attivita' de LA DESTRA nel territorio e a livello nazionale